Foligno fuori le mura

Una selezione di punti di interesse storico-artistico fuori le mura

Una selezione di punti di interesse storico-artistico fuori le mura

La frazione di San Giovanni Profiamma sorge lungo la strada statale Flaminia, a circa quattro chilometri da Foligno. La denominazione le deriva in parte dal titolo della chiesa romanica e, in parte, per corruzione, dal nome dell’antico centro di Forum Flamini fondato verso il 220 a.C. dal censore Gaio Flaminio, al tempo stesso in cui fu organizzato il tracciato della via consolare. Municipio romano poi sede vescovile, sarà inglobato più tardi dalla vicina Fulginiae (Foligno).

La chiesa (sec. XIII), dedicata a San Giovanni Battista, è stata edificata con materiali provenienti da una preesistente basilica paleocristinana e con frammenti di opere romane. La facciata è ornata da un portale con figure simboliche. L’interno è ad una sola navata, con presbiterio sopraelevato cui si accede per una scala con tredici gradini.

Inaugurata il 24 aprile 2009.
Il progetto risultò vincitore nel 2001 del concorso nazionale indetto dalla Conferenza Episcopale Italiana. Così la Giuria di concorso motivò la scelta: “si propone come segno deciso e innovativo, che risponde alle ricerche internazionali più avanzate, divenendo il simbolo della rinascita della città dopo il sisma”. Il nuovo complesso parrocchiale sorge infatti nell’area che ospitò uno dei campi container installati a Foligno dopo il sisma del settembre 1997. E dallo Studio Fuksas spiegano: l’architettura massiva della nuova struttura vuole essere una risposta al disfacimento del terremoto.

Il progetto si compone di tre elementi: un corpo principale destinato ad ospitare la chiesa, uno secondario destinato a Sagrestia, i locali del Ministero Pastorale e la Casa Canonica; un terzo elemento, che unisce questi ultimi due, ospita la cappella feriale.

Disegnato da due parallelepipedi inseriti l’uno nell’altro ed alto quasi 26 metri, l’edificio che ospita la Chiesa si presenta come un monolite in cemento di geometria pura, una scatola nella scatola. Elementi a forma di tronco di piramide collegano i due parallelepipedi creando una serie di aperture tra le due pareti che portano luce all’interno. I fasci di luce prodotti dalle loro intersezioni si indirizzano verso gli elementi principali: l’Altare, l’Ambone e la Fonte Battesimale. All’architettura massiva del volume esterno (pianta pari a 30 x 22,5 ml ed altezza di 25,8 ml) si contrappone la leggerezza del cubo sospeso all’interno. Utilizzando le parole dello stesso Fuksas: “La sospensione di un volume all’interno di un altro. Vedere attraverso il cemento il cielo, dall’esterno, all’interno, all’esterno”.

Accanto alla chiesa sorge un altro parallelepipedo, più basso e allungato (52,40 x 12,00 ml per 8,30 ml di altezza). Qui trovano spazio la Sagrestia, i locali del Ministero Pastorale e la Casa Canonica. Una terza struttura connette il volume della chiesa con l’edificio servizi. Si tratta della cappella feriale, un volume con pianta pari a 10,60 x 5,10 ml ed altezza di 3,50 ml.
Oltre al lavoro progettuale dello Studio Fuksas, hanno contribuito alla realizzazione della Nuova Chiesa di Foligno i due artisti Enzo Cucchi e Mimmo Paladino. Cucchi è autore della monumentale “Stele – Croce” esterna alla chiesa: una scultura in cemento e marmo bianco di Carrara alta 13,5 metri. Paladino ha ha lavorato alla rappresentazione della Via Crucis. Arredi sacri, panche e corpi illuminanti sono stati progettati da Fuksas Design.

 

Il castello presenta mura di cinta con due porte e due torri. E’ un interessante esempio di castello di pianura ancora sufficientemente conservato, eretto dai Trinci alla fine del XIV sec. Con la cinta muraria, ne rimangono le due torri laterali e le due porte d’ingresso, l’una verso Foligno, l’altra opposta verso Trevi, che tuttora mantengono la struttura per il ponte levatoio. Così come continuano a sfidare il tempo, all’interno delle mura, l’antica chiesetta, deturpata da un ampliamento settecentesco, l’atra torre di vedetta, sbassata nel 1775, e la cosiddetta “casa castellana”, recentemente restaurata.

Lungo la via I Maggio, che ci conduce al castello, si erge sulla sinistra la chiesa parrocchiale di San Pietro, edificata tra 1674 e 1682 dalle maestranze Venanzo Oliva e Domenico Ferrari.

La chiesetta del castello, un tempo con il tiolo di Sant’Eraclio e successivamente di Santa Croce, conserva alcuni affreschi di scuola folignate del XV secolo.

Fuori del castello, sul piazzale che si apre verso Trevi, una fontana monumentale del secolo XVI, con protomi leonine, fatta costruire da Paolo III di cui reca lo stemma; una colonna sormontata da croce, collocata nel 1892 sul luogo dove, secondo la tradizione, il santo patrono Eraclio avrebbe subito il martirio; e la chiesa di San Marco, costruita nel 1597 e trasformata a tre navate nella prima metà del settecento ad opera del maestro muratore Feliciano Mazzarelli.

Situato sopra la frazione di Sant’Eraclio, il Monastero di Santa Maria di Betlem accoglie una comunità di suore contemplative dell’ordine agostiniano, precedentemente insediate nel palazzo Pierantoni. La costruzione è stata realizzata tra il 1974 e il 1980 su progetto dell’architetto Franco Antonelli, eseguito dal maestro muratore Lorenzo Bettoni.

Nel contesto degli ulivi che da alcune parti quasi lo coprono, il complesso si staglia sull’altura, ben visibile dalla strada statale Flaminia, con i suoi volumi contenuti, molto movimentati, su cui svetta il campanile della chiesa, definito “vera e propria scultura” (Lenci). Gli interni, sviluppati intorno ad un patio, fanno pensare a Le Corbusier de la Tourette, sebbene con atteggiamento più sommesso, consono alla natura monastica del luogo.

Zona in cui, secondo la tradizione, avvenne la predicazione del Cristianesimo da parte degli apostoli Pietro e Paolo. Essi furono ospitati in casa di un certo Cancelli, affetto da mal d'ossa. Gli apostoli lo guarirono e lo battezzarono, concedendo a lui e ai suoi discendenti la facoltà di segnare e guarire le persone malate di reumatismi. Ancora oggi è viva questa consuetudine.

Il Santuario dedicato agli apostoli Pietro e Paolo (sec. XVIII) accoglie dipinti dei secoli XVII, XVIII, XIX.

L’Abbazia di Sassovivo sorge sulle pendici del Monte Serrone, in un bosco di lecci e querce. Costruita verso l'anno Mille, divenne successivamente una delle abbazie più importanti della zona. Cuore dell'abbazia è il bei chiostro romanico in marmo (sec. XIII), a pianta rettangolare, con 128 colonnine, sormontate da archi e da una cornice di stile classico decorata a mosaico. Nei pressi sono visibili i resti della Cappella del Beato Alano, abate del monastero, e la cripta del sec. XI o XII. Poco lontano si trova la sorgente di Sassovivo.

Lungo la strada per Sassovivo, a destra, si erge su un colle la Chiesa - convento di S. Bartolomeo (1415). Il convento, che mutua il titolo da una vicina sorgente tuttora attiva, venne eretto da Ugolino Trinci e completato da suo figlio Nicolò, per ospitare i frati della regolare osservanza francescana promossa da fra Paoluccio Trinci, che ancora oggi vi dimorano.

La facciata attuale della chiesa, considerata “una fra le più interessanti manifestazioni di architettura religiosa del ‘700 in Foligno” (Gualdi Sabatini, 1982), è stata realizzata tra il 1731 e 1736 (M. Sensi, 1992) dal maestro muratore Angelo Giacobetti. Gravemente danneggiato nel 1934 dalla caduta di un fulmine, il prospetto, dopo un primo intervento attuato nel 1952, è tornato al suo antico splendore solo nel 1991.

Il chiostro, dell'epoca, reca nelle lunette la storia del Beato Paoluccio Trinci. La Chiesa ha assunto lo stato attuale nei secoli XVII e XVIII.

Il toponimo appare per la prima volta nel 1072, in una carta nella quale il conte Ugolino di Uppello dona questo suo possedimento al monaco Mainardo, fondatore dell'abbazia di Sassovivo. Il primigenio villaggio, occupato da pastori e da celle monastiche, venne affiancato da un castello nel 1460, costruito sempre grazie ai monaci della vicina abbazia. Anche i Trinci del Comune di Foligno ne finanziarono la costruzione, come una delle loro fortificazioni a difesa della valle del Menotre e al confine con il territorio del Ducato di Camerino.

Nel 1907 Domenico Micheli, uno dei proprietari del castello e padrone di uno dei primi cotonifici industriali, costruì in questa località uno dei primi aeroplani al mondo, a cui diede il nome di una delle proprie figlie, "Maria". L'aereo venne collaudato dal sarto del paese, tale Antonio Bellatreccia, che però, a causa dell'imperizia, ne causò la distruzione. Rimangono solo alcune foto dell'epoca e qualche pezzo meccanico dell'aereo.

Nei tempi passati, come nella vicina Pale, lo sfruttamento della forza motrice delle acque del Menotre ha giovato ad affiancare lavorazioni di tipo industriale ad un'economia di sostentamento tipicamente agricola e silvo-pastorale: a Scopoli si svilupparono due mulini per la macinazione del frumento, un cotonificio ed una piccola centrale elettrica.

Monumenti e luoghi d'interesse:

  • il Castello (1460), di cui si possono ancora ammirare le mura e le torri, seppur mozzate. Vi si entra attraverso un arco a tutto sesto decorato e, nei tempi passati, dotato di ponte levatoio. Attualmente, l'edificio è destinato ad ospitare il "Museo d'Arte Moderna del Divenire".
  • Chiesa di S. Maria Assunta, costruita in parte sui resti del castello e recentemente restaurata, custodisce al suo interno tele e dipinti antichi.
  • Edicole sacre, alcune delle quali risalgono al XV secolo, tutte ad opera di pittori di scuola umbra.
  • Palazzetto dei Conti Rossi (1679) con l'oratorio di S. Francesco, oggi Sant'Anna.

Rasiglia è un antico villaggio; da vedere i ruderi del castello (fine sec. XIII), il Santuario della Madonna delle Grazie con affreschi votivi di maestri folignati del sec. XV e alcune case dei secoli XIV e XV.

Il Santuario, che dista circa 1 Km da Rasiglia, sul greto del Fosso Terminara, affluente del Menotre. Costruita nel XV sec., ha le pareti ricoperte di pregevoli affreschi di scuola folignate del XV sec., dove ricorre spesso il tema dei Santi terapeuti: Sant'Amico di Rambona protettore dei bambini, Sant'Antonio Abate protettore delle comunità silvo-pastorali, San Sebastiano protettore contro la peste, San Cristoforo protettore dei pellegrini. La leggenda che viene tramandata riguarda la statua della Vergine con il Bambino che sarebbe stata trovata sotto il ponte del Fosso Terminara, con conseguente edificazione della chiesa nel luogo del ritrovamento. Secondo un'altra leggenda, il parroco di Verchiano avrebbe trasferito la statua nella sua chiesa ma, nottetempo, la stessa sarebbe tornata nel luogo del ritrovamento. Il successivo tentativo degli abitanti di Verchiano di riportarla al loro paese, sarebbe fallito, per colpa delle vacche, che avrebbero dovuto trainare il carro, che non si vollero muovere. Convinti che tale evento fosse stato un segno della volontà divina, gli abitanti di Verchiano avrebbero consentito la costruzione della chiesa a Rasiglia nel luogo del ritrovamento. A Morrò da vedere la fortificazione medievale (restaurata recentemente) con porta di accesso e parte della cinta muraria.

Colfiorito, zona di grande valore naturalistico. Dato l'interesse geologico, botanico e ornitologico, la palude, che vi si è formata per la particolare conformazione del terreno, rientra nelle "zone umide da tutelare", ed è stata dichiarata "zona umida di interesse internazionale". L'altopiano di Colfiorito è chiamato anche plestino dal nome dell'antico insediamento pre-romano di Plestia (o Pistia), zona ricca di materiale archeologico, raccolto in un museo, comprendente materiali che vanno dal IX sec. a.C. fino all'età romana.

Il Museo offre uno spaccato del territorio comunale di Foligno nell’antichità alla luce delle conoscenze archeologiche attuali. La maggior parte dei materiali esposti sono i risultati degli scavi dell’abitato e della necropoli di Plestia; altri reperti provengono dalle recenti ricerche di superficie e dagli scavi nel territorio fulginate.

La zona montana e collinare attorno alla città di Foligno, in epoca preromana e romana, era abitata da popolazioni d’origine umbra, in parte note grazie alle menzioni che ne fanno le fonti letterarie antiche. La porzione territoriale più ampia doveva essere occupata dai Fulginates e dai Plestini, mentre è probabile che le zone marginali ricadessero sotto l’influenza di Forum Flaminii - i cui resti sono localizzabili presso S. Giovanni Profiamma, alla periferia nord-est di Foligno -, di Hispellum (Spello), di Trebiae (Trevi) e di Nuceria Favoniensis, da collocare, presumibilmente, nella zona di Pieve Fanonica, nella Valle Topina.
E’ difficile, al momento, delimitare i territori di queste diverse entità etniche, in quanto non ci soccorre la presenza di confini naturali ben definiti. Appare tuttavia chiaro che i Plestini si attestassero in una zona piuttosto ampia che fa capo ai piani carsici dell’altopiano di Colfiorito, dove va localizzata l’antico abitato di Plestia, nei pressi della chiesa di S. Maria di Pistria, coinvolgendo, in parte, anche alcune zone ora appartenenti ai comuni di Nocera Umbra e di Serravalle del Chienti. Il nome dei Plestini è testimoniato, oltre che dalle fonti letterarie antiche, anche dal rinvenimento di alcune iscrizioni provenienti dal santuario della dea Cupra (IV sec. a.C.), riportate alla luce alla fine degli anni ‘60 lungo le sponde dell’antico lago Plestino, nei pressi della chiesa.

La sede storica del popolo dei Fulginates, invece, va localizzata nella zona montana e collinare che si situa a monte della città romana di Fulginiae - individuata nella periferia nord-est di Foligno, S. Maria in Campis -, in un ambito largamente delimitato dal corso del Menotre, fiume che, nella parte più a valle, funge anche da confine verso l’area plestina.
Le ricerche storico-archeologiche, condotte negli ultimi anni nell’area di Colfiorito soprattutto a cura della Soprintendenza Archeologica per l’Umbria, hanno permesso di tracciare un quadro esauriente delle vicende politiche, sociali e culturali dei Plestini dalla prima età del Ferro fino all’alto Medioevo.

Meno articolato, invece, si presenta il panorama delle conoscenze sui Fulginates, il cui territorio è stato oggetto di studi sistematici solo in tempi recenti. I risultati che qui di seguito illustreremo sono stati elaborati nell’ambito di una ricerca, finanziata dal Comune di Foligno e diretta dalla stessa Soprintendenza, che ha avuto per oggetto l’area montana gravitante intorno all’abitato di Cancelli. Tale territorio, mai interessato da scavi archeologici, è stato esaminato esclusivamente con i metodi della ricerca topografica, concentrando le indagini principalmente nella raccolta di materiale ceramico di superficie e nello studio del paesaggio e delle sue trasformazioni.

Dai primi dati, emerge chiaramente una maggiore vitalità e ricchezza della zona plestina rispetto a quella fulginate; morfologicamente più adatta all’insediamento umano, stante la presenza soprattutto d’ampie aree pianeggianti che stemperano le asprezze dei rilievi montani, si differenzia dalla seconda, ora come allora, per la presenza d’itinerari di collegamento tra la costa adriatica e la tirrenica, itinerari che toccano solo in modo marginale l’area fulginate. In entrambi i territori gli insediamenti, per lo più fortificati (castellieri), si collocano soprattutto su alture disposte lungo la viabilità primaria e secondaria, presso i confini e nelle vicinanze di zone idonee allo sfruttamento delle risorse naturali (boschi, caccia, ecc.); tali risorse, unitamente al controllo dei pascoli, all’utilizzo agricolo delle terre più fertili ed agli scambi commerciali, costituirono gli elementi essenziali del sostentamento degli abitanti della zona.

Come in altre comunità ad esse contemporanee, i santuari più importanti, ed i luoghi di culto in generale, agivano come punto di riferimento per l’intera collettività, coinvolgendo, con la sfera religiosa, anche quella militare, socio - politica ed economica.

Con l’emergere della potenza di Roma e la successiva sua espansione nella penisola italiana, si assiste, anche nell’area in esame, al totale stravolgimento degli equilibri esistenti. Spina dorsale del nuovo assetto fu la realizzazione, alla fine III sec. a.C., della Via Flaminia, ad opera di C. Flaminio, che costituirà il primo, fondamentale passo verso la conquista delle regioni centro - settentrionali della penisola. La contestuale fondazione del centro di Forum Flaminii, quale luogo deputato agli scambi commerciali direttamente controllato da Roma e, quindi, quale diretta emanazione del potere centrale romano, portò alla presenza di cittadini romani nella Valle Umbra ed all’accelerarsi di quel processo di romanizzazione e di assimilazione culturale avviato un secolo prima. Per quanto riguarda gli insediamenti, in epoca romana, ebbe luogo ad un fenomeno analogo ad altre realtà contemporanee, consistente nella discesa a valle delle popolazioni montane e collinari, fenomeno questo che va senza dubbio messo in relazione con le mutate condizioni di vita, sia in ambito locale (bonifica delle terre paludose), come sovraregionale (conquista romana della penisola italiana e conseguente assetto territoriale da essa derivato).

Fulginiae e Forum Flaminii, situati nella Valle Umbra, in una zona pianeggiante favorevole all’insediamento umano ed alle comunicazioni, conosceranno in epoca romana un notevole sviluppo, anche di tipo urbano; analogamente, il centro di Plestia, pur mantenendo alcune caratteristiche proprie delle zone montane meno urbanizzate, vedrà fiorire, intorno al nucleo abitato e lungo i piani carsici circostanti, una serie di ville e d’insediamenti rustici che prenderanno il posto del vecchio sistema territoriale per pagi e per vici (villaggi di modesta entità) del periodo precedente.

Il Museo Naturalistico si propone di valorizzare il grande patrimonio storico, archeologico e naturalistico del Parco attraverso la raccolta di materiali scientifici, di documentazioni e di collezioni naturalistiche. Il Museo è composto dalle seguenti sezioni:

  • Paleontologica: analizza i fossili dei vertebrati riferibili al Pleistocene, le stratificazioni delle rocce calcaree con riferimento ai siti di Cesi-Colle Curti e Fonte delle Mattinate, la formazione di rilievi. Sono esposti diversi fossili tra cui i resti dell’Hippopotamus antiquus risalente a 700.000 anni fa e ritrovato a Colle Curti.
  • Palinologica: evidenzia una ricerca effettuata sui sedimenti lacustri attraverso la quale è stato possibile ricostruire, con lo studio dei pollini, l’evoluzione della vegetazione negli ultimi 25.000 anni di storia della terra.
  • Zoologica: divisa in 2 settori, il primo è dedicato agli insetti del luogo con una vasta collezione, sempre aggiornata, di coleotteri, lepidotteri ed emitteri. Uno studio riguarda, in particolare, le libellule e il loro ciclo biologico. Il secondo settore approfondisce la conoscenza dell’avifauna della palude, descrivendo di ogni uccello le caratteristiche, la provenienza, le abitudini di vita.Questo settore è arricchito dalla collezione Piscini (tassidermista della provincia di Macerata) con i suoi.52 esemplari di avifauna imbalsamati rappresentanti le specie più significative della palude e degli ambienti circostanti tra cui un esemplare di particolare pregio di Tarabuso (Botaurus stellaris) specie simbolo del Parco.
  • Geobotanica: è divisa pure in 2 settori. Il primo documenta la flora e la vegetazione degli Altipiani e, in particolare, della palude dove sono state classificate ben 45 famiglie e 132 generi di piante dimostrando, pertanto, la grande biodiversità del luogo. La collezione è arricchita da un erbario. La seconda sezione riguarda la cartografia,ricca di carte geobotaniche, i plastici del Parco Regionale e del bacino imbrifero.
  • Antartide: rappresenta un valore aggiunto con esposto materiale proveniente dalla mostra itinerante “Italia in Antartide”. Relativo ad uno specifico programma nazionale delle ricerche in Antartide (P.N.R.A) curato dal Consiglio Nazionale delle Ricerche L’Antartide rappresenta, al pari della palude di Colfiorito, uno scrigno di biodiversità.

La località Pistia, rimanda ad un villaggio molto antico (IX – VII sec. A.C.) su cui si è sviluppata la romana Plestia. In corrispondenza dell’attuale basilica dedicata alla Madonna (Santa Maria di Plestia, o della Neve, o Assunta), si trovava il foro della città romana; davanti alla basilica sorgeva un importante edificio pubblico (forse un tempio); su di una lato della stessa chiesa, al di là della strada per Visso, l’insediamento romano è testimoniato dai resti di due domus. Il sito occupato oggi dalla chiesa di Santa Maria è probabilmente il medesimo di una basilica paleocristiana. L’abside e la cripta risalgono al secolo XI, la navata con presbiterio sopraelevato ha subito vari rifacimenti nel tempo, il portico si vuole aggiunto nel XV secolo. Divisa in cinque navatelle da dodici colonnine disposte in tre ordini, la cripta è dotata di grande suggestione. La colonna dell’abside ed alcune colonne che sorreggono la volta appartengono all’età romana; all’interno della chiesa un cippo della stessa epoca.

Pagina aggiornata il 25/06/2026

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